l’Abbazia di San Donato

l’Abbazia di San Donato


Si tratta del principale monumento di Sesto Calende, edificato tra il IX e X secolo attiguamente all’Abbazia, attualmente scomparsa.

E’ una chiesa a tre navate sui cui muri interni ed esterni sono presenti elementi di precedenti edifici cristiani e pagani. Delle tre absidi originarie ne rimangono due che insieme alla torre campanaria attribuisco una grande valenza architettonica all’edificio.

S. Donato si trova presso un nucleo di cascinali e vecchie abitazioni, tuttora relativamente incontaminato, tra i più antichi della cittadina. Questa località, ora chiamata semplicemente Abbazia o Badia, è ricordata nei documenti dal IX al XIII secolo come “Scozola”. In questo luogo, secondo una ricostruzione molto convincente, sorgeva, presso un’insenatura – oggi interrata – il porto di Sesto, dove le barche pagavano i tributi dovuti per la navigazione.

Non si conoscono i particolari delle prime fasi di vita del luogo di culto. La dedica a S. Donato, vescovo di Arezzo martirizzato sotto Giuliano l’Apostata, ha suggerito ad alcuni storici di ipotizzare che un gruppo di guerrieri longobardi, migrati per ragioni politiche e strategiche dalla Toscana, avessero voluto in questo modo ricordare un santo a loro caro.

Con ogni probabilità, Liutardo, vescovo di Pavia fra l’841 e l’864, ricevette in dono dagli imperatori Lotario e Ludovico II le terre e il porto di Sesto. Il presule decise di insediarvi una comunità monastica, a cui legò molti beni nella zona ad oriente del lago Maggiore, il Vergante.

A questo periodo può essere fatta risalire la ricca decorazione scultorea della chiesa abbaziale, oggi conservata in Museo e in parte reimpiegata nelle murature dell’edificio.

Il fatto che l’abbazia di S. Donato si trovasse entro i confini della diocesi di Milano, ma dipendesse dal vescovato di Pavia, scatenò nei secoli successivi accese dispute per la supremazia religiosa e soprattutto economica del luogo, dispute che riflettevano anche le lunghe contese fra il papato e l’imperatore e i loro rispettivi sostenitori. I pavesi vi affermarono a lungo la propria autorità, ma alla fine, nel 1535, dovettero cedere il monastero e le sue terre all’Ospedale Maggiore di Milano.

La basilica che noi oggi vediamo è frutto di una radicale ricostruzione di epoca romanica; essa è formata da tre navate absidate, di cui la centrale più grande e le laterali più piccole. La parte superiore dell’absidina a sud, andata distrutta, è stata sostituita nel ’700 dall’attuale sacrestia che poggia sui resti affrescati del precedente manufatto.

La natura di chiesa monastica si esplicita nel presbiterio molto profondo e sopraelevato.

Di buona fattura gli affreschi cinquecenteschi e un crocifisso ligneo opera dei De Donati.

Gli affreschi sono numerosi e di epoche diverse. Alcuni di essi, come la Madonna dei Limoni del XVI secolo, sono stati trasferiti su tela in occasione di scoperte o restauro. Tra i rimanenti in sito, notevoli e da segnalare, sono “la disputa di S. Caterina D’Alessandria”, opera di Bernardino da Zenale del 1503, situato nella nicchia un tempo fonte battesimale; “la Madonna del Latte”, sul pilastro centrale del lato destro della navata, e “l’Ultima Cena”, opera di Tarillo da Curia, datato 1581 di evidente ispirazione all'”Ultima Cena” leonardesca. Interessanti sono pure “Dio in trono” e la “teoria di Santi” nell’abside di sinistra. All’interno della Chiesa, in occasione della creazione della pavimentazione in cotto che ha eliminato l’originale in beola e sarizzo, sono stati rinvenuti dei plutei facenti parte dell’ambone della chiesa del IX secolo e usati come riempimento. Di particolare pregio, sono oggi conservati al Museo Civico presso il palazzo Comunale. Di recente, un organo di gradevole voce è stato restaurato grazie ad una sottoscrizione.

Nelle murature sono inseriti diversi frammenti dell’apparato scultoreo altomedievale, oltre che una colonnina tortile tardoromana. All’interno del nartece sono presenti diverse parti di cornici, lastre e piastrini, i cui motivi decorativi rimandano direttamente agli esemplari conservati in Museo. Si segnala fra questi un originale rilievo a figura animale, dalle orecchie appuntite e dalla coda attorcigliata, straordinario per la vivacità e la resa naturalistica del moto della corsa.

Nella cripta o scurolo si leggono, ancora per poco, sinopie illustranti la Natività e l’Ave Maria. Le pareti che racchiudono l’altare maggiore, affrescate nel ‘700 dal Bellotti, presentano curiose cariatidi con parti sporgenti degli abiti. Ai piedi del catino centrale, a due centri di curvatura in seguito alla sostituzione dell’originaria copertura in legno con le attuali volte in cotto, si snoda un coro ligneo di pregevole fattura con quindici stalli.

Sia nell’impianto che nella decorazione architettonica, come si apprezza nel coronamento a fornici dell’abside, si rifà ai grandi modelli basilicali milanesi. All’ingresso il pronao o nartece era un portico aperto su tre lati, poi utilizzato come ampliamento della Chiesa; l’interno ospita splendidi capitelli preromanici con decorazione molto varia, con motivi a foglie, animali e teste umane; interessanti le volte grafite. Assai raffinata è la policromia delle murature costituite da blocchi di serizzo alternati alla pietra d’Angera. All’esterno dell’abside centrale sono murate una mensolina, decorata sui lati a treccia e anteriormente a nastro continuo, un altro frammento, ornato da una matassa di vimini a tre capi e da un intreccio a maglie allentate, e un capitello, purtroppo molto lacunoso, che presenta una ghiera di archetti. Nella parete orientale della chiesa è conservato il massello istoriato con Cristo e gli evangelisti. Di ottimo livello anche un tondo, conservato nei fabbricati annessi alla chiesa, circoscritto da una treccia a tre capi, nel cui campo centrale vi è una croce a bracci potenziati con due rosette e due tralci di vite.

Di particolare pregio architettonico sono l’absidina a nord e l’abside centrale, decorate con archetti in cotto e pietra, e la torre campanaria. Alcuni elementi dei precedenti edifici pagani e cristiani sui quali è stato edificato l’attuale tempio, sono stati inseriti come materiali di reimpiego in tutte le murature interne ed esterne.

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